Untagged si basa sull’idea di smetterla di taggare come se piovesse.
”Tagghiamo” persone (diciamo di farlo per chiedere la loro partecipazione ma in realtà cerchiamo like), tagghiamo i luoghi (per dire che ci siamo stati, sempre per farci dire “che bello!“), tagghiamo “parole” nella speranza di essere rintracciati anche da qualcuno che non conosciamo e che sta parlando d’altro o di qualcosa di cui sappiamo poco e male (però, non si sa mai, potrebbe sempre regalarci un mi piace, ‘ché non si nega a nessuno).
Creiamo accumulazione: il “come” ha smesso di essere importante e al suo posto preferiamo i “cosa“ e soprattutto il “quanto”, bulimici di bandierine (ce l’ho, ce l’ho, mi manca), allergici ad approfondimento, ricerca e significato.
Creiamo overtourism (uno spasso questi neologismi di cui abbiamo improvvisamente bisogno a causa dei nostri nuovi comportamenti moderni e progrediti):
guarda dove sono adesso, guarda che bel posto, tranquillo e incontaminato!
Poi ci torniamo e troviamo mandrie di ebeti a cliccare con i cellulari per dire che ora ci sono anche loro.
E così:
…sì, però non è più come prima, troppa gente, troppo casino, troppa spazzatura!
Che geni.
Bene, qui ci saranno molte foto, via via nel tempo, e molte saranno “untagged”: perché non importa il posto, anche se particolare, ma qualcos’altro, decisamente qualcos’altro.
un tag è una posizione, untagged è un luogo


